20 giugno: Giornata mondiale del Rifugiato

20 giugno: Giornata mondiale del Rifugiato

18 giugno

Il 20 giugno si celebra in tutto il mondo la Giornata Mondiale del Rifugiato, appuntamento annuale voluto dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, che ha come obiettivo la sensibilizzazione dell’opinione pubblica sulla condizione di rifugiati e richiedenti asilo che, costretti a fuggire da guerre e violenze, lasciano i propri affetti, la propria casa e tutto ciò che un tempo era parte della loro vita.

Secondo i dati dell’Unhcr, nel 2020, nonostante la pandemia, il numero di persone in fuga da guerre, violenze, persecuzioni e violazioni dei diritti umani è salito a quasi 82,4 milioni.
Si tratta di un aumento del quattro per cento rispetto alla cifra, che costituiva già un record, di 79,5 milioni di persone in fuga toccata alla fine del 2019.

Contrariamente a quanto spesso diffuso in Italia e in molti paesi europei, la maggioranza di queste persone è accolta e assistita – grazie all’impegno delle Organizzazioni internazionali e di molte Organizzazioni non governative – in paesi limitrofi in via di sviluppo. Solo una quota limitata raggiunge i paesi europei o il Nord America – dopo viaggi estenuanti e pericolosi, spesso gestiti da veri e propri trafficanti e con un altissimo numero di persone che perdono la vita nei deserti, nei centri di detenzione o in mare.

L’emergenza coronavirus ha distolto l’attenzione dalla tragedia umanitaria dei profughi, aggravata proprio dalla diffusione della pandemia. Ma in questi ultimi mesi, mentre sono aumentati i naufragi e gli affogati nel Mar Mediterraneo – dove non esistono missioni istituzionali di ricerca e soccorso e l’opera volontaria delle Ong è impedita dai governi e dalla missione europea Frontex - è tornata tragicamente attuale la “rotta balcanica”, con migliaia di migranti bloccati in condizioni disumane, nel vano tentativo di raggiungere l’Europa, ai confini con la Serbia, la Bosnia Erzegovina, la Croazia, vittime spesso di violenze delle polizie di frontiera. Così come accado all’altro capo italiano di questa “rotta”, Ventimiglia, dove la polizia francese attua brutali respingimenti – anche di minori e donne incinta – e le condizioni di sopravvivenza dei migranti sono altrettanto disumane.

È quantomai urgente e necessario che si rafforzino le spinte e le mobilitazioni per chiedere all’Unione e ai governi europei un radicale cambiamento di rotta sulle politiche migratorie. Servono subito canali umanitari strutturali e sufficienti per accogliere le migliaia di migranti detenuti in Libia e ai confini orientali dell’Unione e la redistribuzione dei profughi ammassati nelle isole greche.

Lo Spi – insieme alla Cgil – è impegnato perché l’Italia e l’Europa affrontino con spirito di umanità e solidarietà l’afflusso dei profughi, promuovendo politiche di accoglienza, di integrazione e di convivenza, che consentano il positivo sviluppo di una società multiculturale e plurale, dove ogni persona possa sviluppare liberamente le sue potenzialità e dare il suo contributo positivo all’insieme della collettività. Tanto più in paesi, come il nostro, dove al positivo allungamento dell’aspettativa di vita si accompagnano processi strutturali di denatalità, invecchiamento, crescenti squilibri demografici.

Anche in questa occasione facciamo appello al governo e al Parlamento perché si cambi radicalmente registro nelle politiche che riguardano l’immigrazione e l’asilo, superando le norme che ostacolano la giusta accoglienza dei rifugiati - come il reato di clandestinità, le pesanti limitazioni al riconoscimento dello status di rifugiato, la riduzione dell’accesso al sistema Sai, la criminalizzazione delle Ong che soccorrono i naufraghi, la riforma della legge sulla cittadinanza, dando finalmente parità di diritti a quasi un milione di bambine e bambini, ragazze e ragazzi nati o cresciuti in Italia.

Non si tratta soltanto di diritto e legalità internazionale o di pur importante solidarietà umana e civile.
Si tratta di contribuire a costruire un mondo di pace e convivenza e una società più aperta e quindi più ricca e coesa, nell’interesse reciproco di migranti e nativi.

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